Un giorno mi contatta Veronica, la mamma di Giorgia. Giorgia è una bimba di 7 anni, frequenta la terza elementare, ed è stata appena sottoposta ad una valutazione psicodiagnostica a causa di una serie di episodi problematici che l’hanno vista coinvolta, soprattutto a scuola e con il gruppo dei pari.
La bimba riceve una diagnosi di ADHD e DOP, ma la mamma, informata, nota che sulla diagnosi è accennata anche un’elevata capacità intellettiva della bambina, e, con una intuizione che a volte solo i genitori riescono ad avere, mi contatta proprio per la plusdotazione.
Cominciamo così insieme a Veronica e al papà di Giorgia, Giacomo, un percorso di Parent Training. In questo articolo ho deciso però di non parlarvi solo del nostro percorso, ma scelgo volutamente di parlarvi soprattutto di Veronica e Giacomo, due genitori che hanno il coraggio di guardare al di là della “superficie” delle cose, mettendosi in gioco in prima persona.
Ho un po’ di difficoltà a parlare di Veronica, perché con lei molte volte mi sono identificata. Il rischio ma anche il bello del mio lavoro. Quando penso a lei mi viene in mente l’immagine di quella Dea Indù con tante mani: lei gestisce casa, famiglia e lavoro per tutta la settimana da sola. E non si accontenta. E decide di intervenire perché vuole che la figlia sia serena e felice. Quando la figlia soffre il suo istinto, da genitore, è quello di intervenire, e su questo lavoriamo molto durante i nostri incontri. Lei è aperta, non arroccata sulle sue posizioni ma disponibile al confronto e all’auto-riflessione. Perché lei è una Mamma con M maiuscola, una mamma che possiede una forma di bene per la sua famiglia genuino, sincero e straripante. E nonostante questo riceve continuamente giudizi dalle altre mamme, che la additano per le problematicità della figlia.
Giacomo è un papà che si trova, causa lavoro, fuori città tutta la settimana. Un papà assente fisicamente ma presente col cuore e con la mente. Giacomo un po’ mi “spaventa” durante il nostro primo incontro. “Io sono stato educato all’ordine”, mi dice. Ma durante il nostro percorso capisco quanto sia stata sbagliata questa mia prima impressione. È un papà coinvolto, aperto ai suggerimenti, molto attento e riflessivo. È un papà insomma con la P maiuscola. Facile sarebbe concentrarsi solo sulla sua lontananza, difficile invece accorgersi della sofferenza e della frustrazione di un papà che può intervenire fisicamente solo nel weekend. Lui non lo sa forse, ma le sue azioni hanno avuto un valore immenso per sua figlia e per la sua famiglia. Esattamente al pari di quelle della mamma.
Durante i nostri incontri, in videochiamata, loro due sono lontani fisicamente, ma se ci ripenso mi sembra siano stati sempre uno accanto all’altra. Dalle loro interazioni traspaiono intesa, unità e amore. Che detto così sembra semplice, ma per loro non lo è. Li unisce un bene che trascende la distanza.
Quando cominciamo il nostro percorso loro mi chiedono di avere informazioni su DOP e ADHD. E io ci provo, ma ogni volta che mi parlano di Giorgia, che mi raccontano qualche episodio che la vede coinvolta, nella mia mente si fa sempre più chiara l’immagine di una bimba con un funzionamento cognitivo “qualitativamente diverso” da quello di molti altri bambini. Giorgia è una bimba gifted, lo dimostra in tutto ciò che fa, anche nei suoi comportamenti problematici. Cerco quindi di rimandare loro che la sintomatologia attribuita alla disattenzione e all’oppositività è in realtà solo la manifestazione di un potenziale non accolto, soprattutto nell’ambito scolastico. E loro decidono di affidarsi e procedere in questa direzione.
Durante uno dei nostri incontri mi viene in mente l’immagine della “Fossa delle Marianne” (e loro sanno perché): quello che tutti si ostinano a vedere di Giorgia è solo la superficie di qualcosa di enorme che rimane nascosto in profondità. Qualcosa di bellissimo ma enorme, e quindi difficoltoso da gestire. Vedono la superficie che si increspa senza comprendere che questa agitazione è dovuta a ciò che si muove in profondità.
Perché noi adulti non abbiamo il coraggio di vedere il grande potenziale laddove è presente? Perché ci fermiamo alla superficie delle cose, al problema da eliminare, all’omologazione da raggiungere ad ogni costo? Accettare ed accogliere un bimbo gifted per quello che è, così come hanno fatto e fanno ogni giorno i genitori di Giorgia, è, a mio parere, una forma estrema di coraggio.




