Giovanna chiede un consulto perché “non sa più come gestire” sua figlia Emma. Emma ha 12 anni, frequenta la seconda media con un rendimento altalenante. La mamma racconta che la figlia passa moltissimo tempo al cellulare a chattare con le amiche o su Tik Tok, in maniera del tutto sproporzionata agli impegni che invece dovrebbe assolvere. Rifiuta di prendersi le proprie responsabilità, reagisce male a qualsiasi rimprovero. Il pomeriggio si trascina invece di studiare, è un continuo tira e molla sul tempo che le viene concesso per stare al cellulare. “Le mie amiche non hanno limiti come me, devo fare sempre la figura della poppante!” urla dalla sua stanza. La mamma racconta che, anche se ha molto da studiare, lei non sembra minimamente “sotto pressione”. Torna a casa alle 2 e dopo pranzo si rifiuta in maniera categorica di mettersi a fare i compiti perché “deve riposarsi, staccare un attimo il cervello” (è quello che ripete ogni giorno). La madre, al contrario, il pomeriggio è continuamente in ansia. Guarda ogni 5 minuti l’orologio e il tempo che passa le si accumula come un macigno sempre più pesante sullo stomaco. Cominciano in lei a farsi spazio eventuali previsioni sul tempo che la ragazza dovrà impiegare in ogni materia e inesorabilmente, ogni pomeriggio, arriva un punto in cui ormai è certa che non ce la farà e avrà bisogno di una giustificazione per qualche materia. Emma però, anche messa di fronte all’evidenza, non sembra affatto preoccupata e si limita ad un ripasso superficiale di qualche materia, intervallando il tempo tra un compito e un altro con qualsivoglia scusa. La madre diventa sempre più tesa e comincia ad urlare, la ragazza le risponde sgarbatamente e a quel punto all’ansia per il mancato studio della figlia si aggiunge la rabbia per la maleducazione che mostra nei suoi confronti. Insomma ogni pomeriggio, inesorabilmente, Giovanna ed Emma si ritrovano coinvolte in una escalation di rabbia, ansia e recriminazioni vicendevoli che producono come risultato la chiusura totale della ragazza e le urla senza fine della madre. Uno scontro senza vincitori né perdenti insomma, che ha come unico risultato un allontanamento progressivo ma inesorabile tra le due. Giovanna continua a ripetere che lei non capisce, che Emma è sempre stata una bimba pacata e studiosa. Dice: “...da un giorno all’altro mi sono ritrovata in casa un mostro che per niente somiglia alla mia bambina, rivoglio la mia bambina!”. Oltre a ciò la ragazza chiede il Sabato pomeriggio di poter uscire con le amiche un paio di ore per poter fare un giro in centro, ma il rifiuto della mamma è stato categorico, “Non se ne parla proprio, non hai ancora l’età per poter uscire da sola”. A tutto ciò si aggiungono i corsi extracurriculari come quello di inglese avanzato e la ginnastica ritmica, che per Giovanna sono importantissimi per preparare la figlia alla sua età adulta. I professori, dal canto loro, si lamentano della non puntualità nei compiti, di una insufficiente capacità di organizzazione del materiale (Emma dimentica tutti i giorni qualcosa, nonostante la madre faccia insieme a lei lo zaino ogni sera), di una scarsissima capacità di produzione orale (consigliano alla mamma di farla esercitare a ripetere più ore al giorno) e di una continua distrazione durante l’orario scolastico.
Propongo a Giovanna di mettersi in gioco insieme a suo marito, le spiego che l’età preadolescenziale è uno stadio vitale che ha bisogno di essere compreso anche nei meccanismi di funzionamento cerebrale, e così cominciamo delle sedute di Parent Training per “ristabilire la pace in famiglia”, come lei mi chiede.
Il lavoro è stato duplice. Da una parte abbiamo compreso insieme cosa succede “nella testa” di Emma, quali sono gli stadi maturativi dei suoi diversi sistemi cerebrali e come quindi questo substrato organico si manifesti all’esterno. Il cervello di un preadolescente, difatti, è un cervello in cui la quantità di neuroni è superiore a qualsiasi altra fase della vita, ma tuttavia le aree della corteccia prefrontale, quelle che permettono di regolare pulsioni e impulsi, matureranno solo intorno ai 20 anni. In questa fase il cervello cognitivo è molto più immaturo di quello emotivo. La parte emotiva interferisce costantemente con le capacità di concentrazione ed attenzione del ragazzo: il preadolescente si distrae continuamente e questo comporta una frustrazione elevatissima connessa allo studio e alla fatica. A questa età, inoltre, è molto più facile sviluppare delle dipendenze perché il rilascio di dopamina che segue ad esperienze eccitanti è molto superiore a qualsiasi altro stadio di sviluppo.
Dopo questa fase formativa abbiamo quindi visto insieme a Giovanna e suo marito quali strategie poter usare nella gestione di Emma senza che le interazioni si risolvano inevitabilmente in uno scontro. Abbiamo compreso insieme che le urla derivano da un’emozione di rabbia della madre che a sua volta scaturisce da un pensiero preciso: “me lo sta facendo apposta per farmi arrabbiare”. In realtà quando Emma si rivolge ai genitori urlando o con epiteti offensivi è la sua parte “emotiva” che si catena, senza che vi sia un controllo delle aree superiori che sono ancora immature. Insomma la ragazza sembra in balia di una rabbia cieca perché realmente lo è, perché realmente non riesce a contenere le sue emozioni. In tutto ciò il ruolo dell’adulto di riferimento è quello di guida: il genitore deve fare una cosa difficilissima, e cioè sedare le sue ansie e mantenere il controllo. Giovanna sa bene quanto tempo la figlia dovrebbe dedicare allo studio per prendere buoni voti, sa come fare uno zaino per il giorno successivo, sa quale sarebbe un uso responsabile del cellulare. Ma il fatto è che Emma deve ancora impararlo, e per fare questo ha bisogno della coerenza e del supporto dei suoi genitori. Emma ha bisogno di comprendere il rapporto di causa-effetto tra il tempo che dedica allo studio e i suoi risultati, ha bisogno di comprendere che le note prese per dimenticanza del materiale sono dovute ad una sua scarsa attenzione nel preparare lo zaino: Emma comprenderà tutto ciò, tuttavia, solo se lo sperimenterà in prima persona, solo senza interferenze continue della madre che cerca di “sostituirsi” a lei non vedendo l’inutilità dell’intervento al fine della responsabilizzazione della figlia. Giovanna ha compreso che se la figlia non studia e lei non interviene la ragazza capirà da sola che il brutto voto ricevuto è dovuto al suo scarso impegno. Ha compreso che favorire l’escalation di urla non è affatto proficuo quanto invece mantenere la calma. I genitori di Emma hanno anche compreso un importante paradosso proprio degli adulti che si trovano ad interagire con un preadolescente, cioè il fatto che la maggior parte dei “no” detti servono a sedare le proprie ansie e mandano un messaggio fortemente contraddittorio ai figli. Giovanna vuole che sua figlia si responsabilizzi, che “cresca”, che segua corsi intensivi di inglese per essere preparata al mondo che l’aspetta ma poi, quando la ragazza richiede un’autonomia (“posso uscire con le mie amiche un paio di ore?”) Giovanna gliela nega, rimandandole il messaggio che lei è troppo piccola e quindi ancora non sufficientemente responsabile per un’esperienza del genere. Giovanna gliela nega perché è fortemente in ansia al pensiero che alla figlia possa succedere qualcosa mentre non è sotto il suo controllo, e quindi inconsapevolmente l’ha guidata sempre di più verso i dispositivi elettronici per la sua incolumità, non comprendendo invece l’importanza dei rapporti interpersonali e dell’esperienza “sul campo” in questo stadio di maturazione cerebrale.
È importante comprendere che l’età preadolescenziale di nostro figlio è al contempo crisi ed opportunità, e che il nostro parlare con loro, gli stimoli e le esperienze che gli forniamo sono tutti elementi che non solo facilitano la maturazione corticale, ma che ci aiutano a mantenere con lui il rapporto di fiducia e amore che non dovremmo fargli mancare soprattutto in questa età.




